domenica 24 giugno 2012

Le verità sulle vicende "Risorgimentali" nel Regno delle Due Sicilie(1860-1861):(Parte 36°): Il Plebiscito reazioni e repressione nelle provincie considerazioni conclusive sull'epoca dei garibaldini - TERZA EPOCA L INVASIONE PIEMONTESE


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Voglio ricordare che tale documento e stato scritto da un testimone dei fatti,quindi data la preziosa importanza del testo ne consiglio un attenta lettura




Prima che le Camere sarde avessero decretata l'annessione del Reame di Napoli al Piemonte, prima che si facesse il Plebiscito, il ministro Farini, che trovavasi ad Ancona presso il Re Vittorio Emmanuele, lanciò un manifesto in data del 9 ottobre firmato dal suo Sovrano e da lui. Si dovea annettere il Regno delle Due Sicilie al Piemonte, si dovea far la guerra ad un re amico, e siccome mancavano i pretesti, il ministro Farini credette trovarli nel seguente proclama, che essendo assai lungo annoierebbe i lettori se volessi qui tutto trascriverlo, quindi mi limiterò a compendiarlo ove tratta delle cose d'Italia in generale, e riporterò la parte che riguarda tassativamente il Reame di Napoli.
In quel proclama o manifesto, il Farini comincia a far dire dal Re di Piemonte a popoli delle Due Sicilie, che costoro avendo mutato in suo nome lo stato, ed avendogli mandati degli oratori per annettere il Regno al Piemonte, spiega le ragioni che lo guidano ad accettare l'annessione. Poi fa la storia politica del Piemonte, cominciando da Carlo Alberto sin da quando questo sovrano diede la costituzione: e dimostra che il benessere ed il buon governo di quel Regno attirarono gli altri Stati d'Italia ad unirsi. Dice che mandò soldati in Crimea per fare entrare il dritto d'Italia nella realtà de' fatti, e negli interessi europei. Che nel Congresso di Parigi parlò la prima volta a nome di tutta Italia, palesando i dolori degli Italiani: e che il suo magnanimo alleato Napoleone III sentì che la causa italiana era degna della grande nazione francese.
Accenna a' consigli schietti e risoluti dati in diverse epoche a coloro che vollero essergli nemici, cioè a' Principi italiani e al Papa, scongiurandoli ad incontrare il pericolo che il loro accecamento avrebbe fatto correre a' troni. Dice che fece offerta di assumete il Vicariato delle Marche e dell'Umbria, ed in cambio il Papa creò un esercito di mercenarii. Dà le ragioni per cui accettò le annessioni de' ducati, e perché invase le province della Chiesa, cioè per distruggere l'anarchia e restaurare l'ordine morale.
Che al Re Francesco II offerse alleanza per la guerra dell'indipendenza, ma trovò
gli animi chiusi ad ogni affetto italiano, e gl'intelletti abbuiati dalle passioni.
Encomia i volontarii italiani che corsero sotto la sabauda bandiera, e gli diedero il diritto di parlare a nome degli Italiani, già acconci a governarsi da sè. Quel lunghissimo manifesto conchiude: «Era naturale che i fatti succeduti nel centro e nel settentrione della penisola sollevassero più e più gli animi nelle parti meridionali. In Sicilia fu aperta rivolta; là si combattea per la libertà, quando un prode guerriero devoto all'Italia ed a me, il generale Garibaldi, salpava in suo aiuto.
Erano italiani e non poteva, non dovea trattenerli.
La caduta del governo di Napoli raffermò quello ch'io sapevo, cioè quanto sia necessario al re l'amore, a'governi la stima de'popoli. Ma alla politica rappresentata in mio nome, e tutta Italia ha temuto che all'ombra di una gloriosa popolarità si rannodasse una fazione pronta a sacrificare il vicino trionfo nazionale alla chimera del fanatismo ambizioso. Tutti gl'italiani si son volti a me, perché scongiurassi questo pericolo. Era mio debito il farlo; che ora non moderazione, non senno sarebbe, ma fiacchezza ed imprudenza, il non pigliare con ferma mano la direzione del moto nazionale, del quale sono responsabile avanti l'Europa. Mandai soldati nelle Marche e nell'Umbria a sperdere quell'accozzaglia di gente d'ogni paese, e d'ogni lingua che vi s'era accolta; nuova foggia d'intervento straniero e la peggiore. Proclamai l'Italia degli italiani, e non permetterò che diventi nido di sette cosmopolite per tramar disegni di reazione e demagogia.
Popoli dell'Italia meridionale! le mie truppe s'avanzano tra voi per raffermare l'ordine. Non vengo a imporvi la mia volontà, ma a far rispettare la vostra, voi potete liberamente manifestarla. La Provvidenza che protegge il giusto ispirerà il voto che deporrete nell'urne. Qualunque sia la gravità degli eventi, attendo tranquillo il giudizio dell'Europa civile, e quello della Storia, perocchè ho coscienza di compiere doveri di re e d'Italiano. In Europa la mia politica non sarà inutile a riconciliare il progresso de' popoli con la stabilità delle monarchie.
In Italia so che chiudo l'êra delle rivoluzioni.»Vittorio Emmanuele Farini
Questo manifesto, sebbene firmato dal Re, è un atto governativo ed anteriore al Plebiscito; quindi potrei fare que' comenti che meriterebbe, ma dovrei entrare in tanti fatti della storia contemporanea che scottano assai, quindi è meglio tacermi. Il lettore giudicherà.
In questa terza epoca in cui ragionerò dell'invasione piemontese nel Regno di Napoli, comincia un altro genere di guerra, cioè con le truppe sarde, le quali erano buone e disciplinate, ed in nulla somigliavano a' loro duci pieni di burbanza e ferocia, segnatamente Cialdini, Pinelli, Gabriera, La rocca e de Sonnaz. Son palese al mondo civile le inumanità e barbarie che i due primi duci commisero impunemente nel disgraziato Reame di Napoli. Noi credevamo di far la guerra più regolarmente, e con più cortesia che non l'avevamo fatta con Garibaldi: c'ingannammo. Garibaldi è un vero eroe a fronte di Cialdini e Pinelli: quel condottiero di rivoluzionarii, sia per calcolo, sia per generosità d'animo tante volte usò delle cortesie coi suoi nemici.
Per l'opposto que' due Generali, Attila novelli, aveano in corpo la fucilomania, e la pazza idea di distinguersi con atti della più ributtante scortesia e barbarie.
Essi abusavano perché sicuri che l'esercito napoletano non potea lor rendere la pariglia, essendo condannato a soccombere per una trista politica, affranto di fatighe, a metà disorganizzato, senza capi risoluti che davvero volessero far la guerra; quindi il coraggio che mostravano taluni Generali piemontesi era quello de' bravi codardi quando han mezzi di opprimere il debole e lo sventurato!
Il 12 ottobre Cialdini entrò nel Regno di Napoli con ottomila uomini, cioè un giorno dopo la decisione della camera torinese, e prima del voto del Senato. Altri dieci mila Piemontesi entrarono per la via di Pescara e poi altri ancora.
Re V. Emmanuele vide a Grottammare i 25 Napoletani che lo pregarono volesse rimettere l'ordine nel Regno. Era il 15 ottobre sul mezzodì, ed Egli entrò in questo Reame, e fu ricevuto sul ponte del Tronto dal governatore de' Virgili, messo a quel posto da D. Liborio Romano quando costui era un Ministro di Francesco II, e dal disertore ed ingrato generale de Benedictis. Il 17 giunse a Chieti, la dimane a Teramo, il 19 a Popoli, indi si congiunse con Cialdini.
Il generale in capo Ritucci pensò a ritirarsi con tutto l'esercito a Teano, ed indi passare sull'altra naturale linea di difesa, il Garigliano; e all'uopo diede le disposizioni perché si disarmassero tutte le batterie alzate sul Volturno; disponendo che tutta la truppa marciasse alla volta di Teano, ov'era il brigadiere Echanizt con una divisione.
Ritucci mandò a Calvi il colonnello d'Orgemont con una brigata; ordinò a Meckel che lasciasse Caiazzo, e si trasferisse anche a Teano, o per la via di Triflisco, o per quella Piedimonte d'Alife. Ordinò al generale Colonna che con la sua divisione si scaglionasse presso Spartimento. A capi di corpi, colonnelli Andrea Marra e de Lozza (il generale di costoro era ammalato in Capua), diede ordine che marciassero per Teano; e la divisione di cavalleria che si scaglionasse presso Spartimento. In ultimo che la brigata Polizzy marciasse alla retroguardia di tutto l'esercito.
Dopo che Ritucci dispose ogni cosa, scrisse al Governatore di Capua, Salzano, di difendere quella Piazza con le truppe che la presidiavano; ve n'erano molte, circa novemila uomini, e tra gli altri reggimenti il 9° di linea e il 10°, che tutti e due si erano distinti in tutta la guerra per fedeltà e bravura.
Trovavasi in S. Germano il generale Scotti, con alta missione politica e finanziaria: egli si avvicinò ad Isernia. Avea sotto il suo comando poca gente, cioè 240 volontarii e pochi gendarmi capitanati dal tenentecolonnello de Liguori; questa poca forza gli era stata data per proteggere le popolazioni dalle intemperanze e soprusi de' rivoluzionarii contro que' paesi. Scotti non volle credere agli avvisi di de Liguori, il quale aveagli fatto conoscere che alla Vandra era giunto un corpo di esercito piemontese. A questo avviso avrebbe dovuto correre per occupare la forte posizione del Macerone, dove con poca gente si potea tenere a segno un forte nemico, e darne conoscenza al generale in capo Ritucci. Scotti poco curandosi di tutte le notizie che riceveva conformi a quanto aveagli detto de Liguori, rimase inoperoso,
supponendo che erano false quelle notizie, e che avea da fare con masse armate solamente. Nondimeno prese una determinazione ch'è inesplicabile, cioè a dire si recò a Venafro ov'era altra truppa per condurla ad Isernia. Si trovava in quel paese un plotone di cacciatori a cavallo comandato dal 1° tenente Paolo Vincenzo Santacroce, due cannoni guidati dall'aiutante de Felice, e dieci compagnie del 1° di linea (l'altre due erano ad Itri), comandate dal tenente colonnello Gioacchino Auriemma, uffiziale che si era ben distinto nel 1849 sotto Satriano alla riconquista della Sicilia. Auriemma ligio alla disciplina militare non volea marciare per Isernia senza l'ordine del Generale in capo; ma Scotti l'obbligò facendo uso di quella facoltà che avea di commissario estraordinario con l'alter-ego.
Scotti, la mattina del 20 ottobre, diede ordine a tutta la sua gente di salire sulla montagna del Macerone ed attaccar zuffa co' supposti rivoluzionarii. In quella sopraggiunsero tre villici tutti affannosi, e dissero al tenente Santacroce che sul Macerone era accampata molta truppa estera. Lo Scotti avvisato, non volle crederlo, anzi sgridò molto il Santacroce e gli diede del ciarlone; costui era andato alla scoperta, ed assicurava che sul Macerone vi fossero soldati piemontesi. Quel generale avea proprio la smania della incredulità, e di condurre i suoi soldati al macello: fece arrestare i tre villici come spargitori di notizie allarmanti, ed ordinò a tutti i suoi dipendenti di assalire i supposti rivoluzionarii sul Macerone: egli però rimase aspettando sulla via consolare! Quella poca truppa fu divisa in tre piccole colonne e marciò all'assalto del nemico, il quale trovavasi sopra una posizione inespugnabile.
Sul Macerone realmente era giunta parte dell'esercito piemontese; era ottomila uomini con artiglieria e cavalleria, e procedevano a grosse colonne. Comandava l'avanguardia il generale Grifini con due battaglioni di bersaglieri e due cannoni rigati. Costui appena vide la poca truppa napoletana che si avanzava, mandò incontro una squadra di rivoluzionarii per insultarla, ma costoro furono ben picchiati ed inseguiti dai soldati borbonici. Giunti i napoletani a tiro furono assaliti da tutta l'oste sarda. Il Cialdini con la brigata Regina dalla via maestra corse alla carica, e prolungava le ale del suo esercito per avviluppare i borbonici. Costoro si difesero da valorosi, ed in quello scontro ove combatteano uno contro dieci, con lo svantaggio della posizione e della sorpresa: si distinse più di tutti per bravura ed accorgimento il tenente colonnello Auriemma, che dirigeva quell'assalto; si distinsero pure i due maggiori del 1° di linea Ciccarelli e Pellegrino, il capo plotone dei cacciatori a cavallo Santacroce, l'aiutante di artiglieria de Felice, non che il tenentecolonnello de Liguori che comandava i gendarmi. Però essendo pochi di numero, ed avendo ricevuti molti danni, ripiegarono in fretta, inseguiti da' lancieri di Novara comandati dal capitano Coccolito-Mondio. Furono feriti in quell'incontro i tenenti Antignano e Giordano. Rimasero prigionieri 400 soldati del 1° di linea, ed il comandante Auriemma. I lancieri di Novara caricando i Napoletani che erano sulla via consolare fecero prigioniero il generale Scotti; mentre gli altri presero la via di Venafro. Con lo Scotti furono fatti prigionieri il colonnello Gagliardi dello Stato maggiore, il tenente-colonnello de Liguori, tre uffiziali di gendarmeria, 125 gendarmi,
ed i due cappellani del 1° di linea Mirone e D. Oronzo Lagatta, tutti e due feriti, uno al braccio l'altro alla testa da un lanciere di Novara. De' cacciatori a cavallo rimase prigioniero il 1° tenente capo plotone Santacroce. Mentre i cavalieri piemontesi caricavano i soldati napoletani gridavano a costoro: vili, ladri, vandali: che ve ne sembra? que' lancieri, come suol dirsi, vendevano la propria merce! Strapparono di mano al tenente Santacroce uno stendardo napoletano che costui avea trovato a terra, e quello stendardo fu portato da' Piemontesi in trionfo come un gran trofeo; poi ebbero decorazioni coloro che lo aveano così conquistato!
Il resto de' soldati napoletani si ritirò per i monti di Venafro, e raggiunse il grosso dell'esercito in Teano.
Il generale Cialdini sgridò il Colonnello dello Stato Maggiore Gagliardi, perché pochi Napoletani avevano avuto l'audacia di assalire un corpo di esercito piemontese: Gagliardi avrebbe potuto dare una bella risposta a quel borioso Generale, ma taluni la presenza di spirito non la trovano sempre a proposito.
Cialdini mandò a Solmona il generale Scotti, e scrisse a suo mondo in un suo dispaccio che questo Generale con piacere acconsentiva restar suo prigioniero. Scotti scrisse poi a Cavour di aver combattuto per Francesco II, e vantavasi di averlo fatto sempre da onesto e fedele soldato.
È da osservarsi, che il valore ed il contegno militare fanno a ressa pure ad un Generale come Cialdini; e che il versatile, il cortegiano è sempre trattato secondo merita! Il generale Scotti, fu mandato prigioniero in Piemonte, e propriamente in Torino. Il tenente-colonnello Gioacchino Auriemma che si era battuto da prode, e fatto prigioniero fu mandato a Napoli sulla sua semplice parola di onore!
Cialdini scrisse al Governatore di Campobasso tutto lieto e trionfante, come se avesse vinta una grande battaglia, e conchiudeva con dirgli: «Faccia pubblicare che fucilo tutti i paesani armati: ora ho cominciato....»
Signor Generale Cialdini! con qual diritto, anche moderno, fucilavate i cittadini di questo Reame perché difendevano il patrio suolo? Il Plebiscito che si è messo a base del diritto nuovo non era ancora fatto: e voi siete stato il primo che avete trasgredita e disprezzata la parola del vostro Re, il quale avea detto undici giorni prima nel suo manifesto di Ancona che «non veniva per imporre la sua volontà a' popoli delle due Sicilie, ma per farla rispettare.» Oh! voi avete fatto lo spavaldo co' poveri paesani del Napoletano armati con arnesi rurali, e poi nel 1866, quando vi trovavate sul Po a Borgoforte, appena sentiste il rumore delle bastonate di Custoza, prudentemente ed in fretta vi ritiraste a Bologna! ed il vostro Collega La Marmora Capo del Comando generale ve ne fece un carico che destò molto scandalo. Iddio non paga il sabato! Ma paga puntualissimamente. Noi sig. Generale lo preghiamo che vi liberi d'altri simili insuccessi; dapoichè un altro insuccesso uguale a quello del 1866, di cui voi siete stato non ultima causa, come disse La Marmora, saremmo belli e spacciati. E ricordatevi che non abbiamo più il nostro magnanimo vantaggio: quel Magnanimo, dopo che fu déclassé dalla grande nazione, oggi si trova nell'altro mondo a far penitenza.
Cialdini, mentre fucilava i paesani perché difendevano il patrio suolo, fece sentire a Ritucci per mezzo del giudice di Venafro che, se si fosse torto un capello a' prigionieri garibaldini avrebbe fatto fucilare i soldati napoletani. A buoni conti la fucilomania dovea essere privativa assoluta del sig. Cialdini...! A questa inqualificabile pretensione rispose il ministro degli esteri Casella con una nota al Corpo diplomatico residente in Gaeta dicendo: «I garibaldini, che secondo le leggi d'ogni paese, meritavano la morte, son già per regia generosità trattati umanamente, nutriti e vestiti meglio che gli stessi fedeli soldati; mentre i regï prigionieri, contro ogni diritto sono sforzati a servire il nemico. Il fucilare i paesanimerita il più severo giudizio dell'Europa; la sola esistenza di tali schiere di volontarii, confessata dal nemico, mostra quanta sia la pretesa unanimità del Plebiscito. Oltre ciò il Piemonte, con questo nuovo diritto di guerra pretende creare a sè il privilegio esclusivo di adoperare il nuovo elemento di forza militare da esso inventato, cioè i volontarii. Mentre Re Francesco lascia la vita a' volontarii stranieri ed a' suoi ribelli diventati garibaldini, i Generali sardi mettono a morte i sudditi fedeli del legittimo Sovrano combattenti per la patria, e così calpestano le militari leggi che sublimano la vita del soldato.
Il borioso Cialdini, dopo di aver cominciato a fucilare i paesani, si avanzò sino a Venafro, ove rimase la notte, e fucilò tre poveri venditori ambulanti di olio, presenti le mogli di quegl'infelici, e presente pure il cappellano Lagatta. Udito però che i napoletani ingrossavano a Caianello, frettoloso ritornò ad Isernia, ed aspettò il secondo e terzo corpo di esercito condotti dal Re V. Emmanuele, il quale giunse ad Isernia il 25 ottobre. Appena riuniti i tre corpi di esercito, in tutto trentaseimila uomini, si avanzarono a Venafro, e giunsero la stessa sera del 25. Il Re alloggiò in casa di Cimorelli.
Francesco II, il 24 ottobre mandò un manifesto a' Sovrani d'Europa per mezzo del suo ministro degli esteri, nel quale svelava tutti i tranelli usati dal governo sardo per annettere a sè il Regno di Napoli, e gli sforzi da lui fatti politicamente e militarmente per salvare l'autonomia e il benessere del Reame.
Dice, che avea accettata l'alleanza col Piemonte, ma questo l'avea offerto per meglio ingannarlo; difatti gli mandò contro Garibaldi e tutta la rivoluzione cosmopolita; e che poi cambiò la sua alleanza con quella della rivoluzione, sostenuta da legioni francesi, inglesi, ungaresi, e di tutta la demagogia europea. Egli sapea che questa era una avanguardia del Piemonte, ma si fidava nella parola del Re V. Emmanuele. Quel manifesto conchiude: «Cionondimeno era fiducioso di piena vittoria, ma ecco arriva il Re di Sardegna a capo del suo esercito che passa la frontiera del Regno, percorre e sottomette le popolazioni fedeli, e manda per mare artiglierie e battaglioni. Era bastante contro la rivoluzione, e le settarie mondiali bande: ma nol potea dopo tanti compri tradimenti, privo di moneta, senza la Città capitale, e senza tanta parte del Regno; nol potea, perché vivendo come ogni altro Sovrano, fidato nella parola del Re di Piemonte, non dovea aspettarsi che gli sarebbe venuto addosso senza ragione, senza pretesto, ed in piena pace. Per sì turpi atti forse i regï soldati saranno schiacciati, e soccomberò l'indipendenza e l'antica
Monarchia di questo paese, ma soccomberanno pure tutti i diritti, iprincipii, e le leggi su cui la sicurtà delle nazioni riposa. Le Sicilie cadute saranno prova al mondo ch'è lecito calpestare la lealtà e la giustizia, e portar prima la rivoluzione in uno Stato amico, e poi tra i legami di amistà correre a raccorre l'ereditaggio, calpestando diritti, trattati, spregiando le umane leggi, e sfidando l'opinione dell'Europa civile.»
Re Francesco avea speranza di meritare le simpatie dell'Europa civile, principalmente della Francia dopo i seguiti consigli dell'Imperatore Napoleone III. Alcuni fatti sembravano confermare le speranze del Re. Il 16 ottobre arrivò da Napoli a Gaeta il Viceammiraglio francese Barbier de Tinan con tre vascelli e l'Avviso la Muette, e partecipò al Re che avea ordine dell'Imperatore d'impedire qualunque blocco da Sperlogna al Garigliano. Dippiù, in Roma era giunta un'altra Divisione francese per essere disposta sulla frontiera del Regno, quasi a minaccia di volere operare contro i rivoluzionarii del Reame.
Il mattino del 27 ottobre comparvero presso Mondragone sei legni da guerra sardi, ed erano comandati dal Conte Albini. Barbier spiccò la Redoutable e fece tornare addietro que' sei legni; Persano avea mandata quella squadra per far dimostrazione contro Gaeta, e dichiararla in istato di blocco; ebbe però ordine da Cavour e da Farini di astenersi da qualunque ostilità, perché il padrone di Parigi così allora volea.
Anche l'Ammiraglio inglese Mundy mandò a Gaeta il Vascello Renow (quello stesso che avea dato 600 marinari cannonieri a Garibaldi per porgere a nome del suo Governo amichevoli offerte a Francesco II).
Fu troppo disonorante pe' governi di Francia e Inghilterra insultare con effimera e sleale protezione una debole vittima, un grande e nobile infortunio, usando la maschera dell'amicizia; maschera che dopo pochi giorni doveano buttar via, e mostrarsi quali in realtà erano, cioè medici assassini! Però la grande nazione francese ha pagato a carissimo prezzo la politica subdola e rivoluzionaria del suo Imperatore, ed i rivoluzionarii italiani si sdebitarono poi con essa in modo mostruoso, allora quando fu visitata dalla sventura. Chi sa, se la superba Albione verrà giorno, che dovrà pure rammentare l'iniqua sua politica!
Non mancarono proteste di verace affetto di altri Sovrani europei a favore del Re Francesco II. Il governo spagnuolo per mezzo del suo legato Coello residente in Torino, protestava a favore del Re di Napoli.
Protestava la Russia il 10 ottobre e dicea: «Il governo piemontese ha messo il colmo a tutte le violazioni del dritto delle genti.» La Prussia (allora le conveniva far da codina) protestava il 18 dello stesso mese contro il Piemonte. La Baviera dichiarava nella Gazzetta Ufficiale: «I precedenti sardi insultare il dritto, i trattati e la morale.
Cavour si rideva delle proteste de' potentati dell'Europa, perché avea con sè Napoleone III e l'Inghilterra, e sapea che gli altri Sovrani erano cinti da consiglieri settarii. L'impunità dava a Cavour l'audacia ed il coraggio de' tristi e de' vili. Egli però temea una sola potenza, l'Austria, ad onta della protezione napoleonica.
Difatti spiava con ansia tutti i movimenti di quell'esercito, e gli atti politici del suo Imperatore; nel medesimo tempo dava ordini a Persano di tenersi pronto con la squadra per trasportare subito l'esercito sardo che trovavasi nel Regno di Napoli ne' porti dell'alta Italia. L'Imperatore d'Austria faceva allora concessioni all'Ungheria, e ciò impensieriva Cavour; maggiormente che avea mandato in Italia al comando del l'esercito l'Arciduca Alberto, e capo dello Stato Maggiore il Generale Benedeck. Il contenersi dell'Austria in que' tempi, avvelenava a Cavour la gioia de' facili trionfi riportati da' rivoluzionarii del Reame di Napoli. Quel Ministro sardo scriveva a Persano: «L'Austria ingrossa al confine: senza che si possa dire con certezza che essa mediti un'invasione, è evidente che essa si prepara, e che a Varsavia farà il possibile per congiurare ai danni dell'Italia. Quindi la necessità di far presto: di procurare che il voto dell'annessione sia il più che si può solenne ed unanime "
Nella stessa lettera raccomandava a Persano di essere prudente col Viceammiraglio francese Barbier de Tinan e con le autorità francesi.
A questa lettera ne soggiunse un'altra in data del 22 ottobre, nella quale dicea:
Ella tenga la squadra pronta a partire per l'Adriatico; faccia una leva forzata di marinai in cotesti porti. Se il codice napoletano non punisce di morte i disertori in tempo di guerra, pubblichi un decreto a tale effetto, ed ove ce ne sieno, li faccia fucilare. IL TEMPO DELLE GRANDI MISURE È ARRIVATO. Dica al generale Garibaldi da parte mia, che se noi siamo assaliti, io l'invito, in nome dell'Italia, ad imbarcarsi tosto con due delle sue divisioni, per venire a combattere sul Mincio. Ad ogni modo mi mandi Turrper influire sugli Ungaresi.Cavour era un grande scellerato, ed i rivoluzionarii che si atteggiano ad umanitarii han celebrato ed encomiato quell'uomo subdolo e feroce! I disertori della squadra napoletana erano più che eroi fino a che fecero gl'interessi di Cavour, quando poi costui dovea impiegarli per servire la sua causa, ordinava di crearsi una legge speciale per fucilare coloro che non avessero voluto servirlo! E poi, con qual diritto, comando, ordinava al suo Ammiraglio di fare una leva forzata, e fucilare i renitenti, se ancora il Plebiscito non era pubblicato? Noi ci spaventiamo nel leggere i fatti di barbarie perpetrati da' conquistatori del MedioEvo, ma quelli erano conseguenti al principio di conquista, e non aveano l'impudenza di dire che assassinavano i popoli perché costoro il volessero. Ma pe' rigeneratori?...
Per far conoscere quale opinione avesse il ministro Cavour, cioè il governo sardo, degli uffiziali traditori della flotta napoletana, è necessario che qui io trascriva alcuni brani di una lettera di quel ministro, ed un telegramma diretto a Persano. Nella lettera del 26 ottobre 2860, (Diario parte 4a pag.77), così Cavour scrive a Persano: «Mi duole di aver dovuto manifestarle, per mezzo del telegrafo, la mia disapprovazione relativa alle nomine che si son fatte nella marina napoletana, e per la scelta del sig. Sandri ad Aiutante generale....
Nominando degli Ammiragli, de' capitani di vascello, degli uffiziali superiori napoletani, si disordina la nostra marina, si provoca il ritiro de' nostri migliori uffiziali. Io certo non vi consentirò giammai. Quindi le dichiaro, che consiglierò il Re
di non riconoscere in modo assoluto le promozioni fatte dal generale Garibaldi, ma di sottoporle ad una Commissione di squittinio. Ove questo consiglio non venisse accolto, mi ritirerei immediatamente. Ma non sarà detto che, sotto la mia amministrazione, i bravi nostri uffiziali, che navigano da tanti anni, e si sono battuti, (con chi? forse a Genova ed Ancona? meglio non rammentarlo!) sieno posposti a chi non si è battuto mai ed ha navigato poco.Piola ha fatto bene a dare la sua dimissione; gli manifesti la mia piena soddisfazione.»
Indi dice delle parole poco onorevoli pel sig. Sandri. Avete inteso, signori felloni, che tradiste il vostro Re e la vostra Patria, come vi giudicò Cavour? è il dovuto guiderdone a' traditori. Sentite ora come vi giudicava circa la vostra istruzione e bravura. In un telegramma dello stesso 26 ottobre diretto a Persano dicea: «Le manderò il piano di Gaeta, intanto si valga delle nozioni su quella piazza che devono saperle dare gli ufficiali di cotesta marina napoletana, non essendo possibile che tra tanti uffiziali superiori creati dal generale Garibaldi, non se ne trovi qualcheduno che conosca Gaeta. Ordini loro di seguirla, e faccia sentire l'odore della polvere a molti di que' signori che spassandosi per via Toledo vorrebbero prendere il passo sui nostri uffiziali.Bravo Cavour....! almeno ha reso giustizia una volta col dire, che il tradimento se piace a' pari suoi, i traditori son sempre disprezzati e derisi.
Francesco II, udito che Cialdini si trovasse a Venafro, il 22 ordinò a Ritucci di assalirlo, ma Cialdini benchè avesse ottomila uomini, conoscendo non potersi sostenere in quella posizione, come già ho detto, retrocesse ad Isernia perché in forte posizione. La vera causa della lentezza e de' pretesti di alcuni duci napoletani a far la guerra al Piemonte, era la paura di compromettersi per l'avvenire. L'esercito napoletano, anche nello stato in cui era ridotto, avrebbe potuto cogliere tante opportunità per combattere con vantaggio l'esercito sardo. I soldati però che non aveano nulla da perdere, si voleano battere risolutamente contro un nemico poco generoso e giusto. Militarmente parlando, non fu una risoluzione onorevole perdere un Regno senza venire a campale battaglia; quando non altro, si avrebbe potuto contrastare il passo al nemico tra Isernia e Venafro. I risultati della guerra son sempre impreveduti, e noi ne abbiamo migliaia di esempii nelle storie antiche e moderne. Se i Piemontesi avessero ricevuta una piccola rotta, non so che sarebbe loro accaduto in mezzo a quelle popolazioni ostili ed adirate.
Questo mio giudizio è conforme a quello del Direttore della guerra, generale Antonio Ulloa, il quale in un memorandum diretto al Re, dopo di avere esaminate le condizioni de' due eserciti belligeranti, censura il generale in capo Salzano, perché costui abbandonò Teano al nemico. Era una disgrazia! col cambiare di duci, non si cambiava di sistema. La gran tattica militare di quasi tutti i Generali napoletani era, o la difensiva, o la ritirata, e questa era preferita a quella.
I soldati, vedendo correre a Teano le popolazioni di que' paesi ove passava la truppa sarda, e chiedere protezioni dell'esercito nazionale, osservando che i nostri duci non davano alcuna disposizione di guerra, cominciarono a mormorare, e principalmente contro il generale Ritucci.
Fu allora, che il Re, sia per queste voci, sia per altre ragioni, chiamò a sè Ritucci in S. Agata, parlogli amorevolmente, manifestandogli la sua stima pel valore e la fedeltà dimostrata in quella disgraziata guerra,
ma gli disse che era necessario toglierlo dal comando in capo. In effetto fu messo a capo dell'esercito il generale Salzano. Non era costui un Generale di mente elevata, ma avea il solo merito che in Palermo si era mostrato attivo e fedele. Salzano riunì in consiglio i duci suoi dipendenti, e quasi all'unanimità decisero di ritirare l'esercito tra Cascano e Sessa, dappoichè, diceano, Teano non era una posizione vantaggiosa, potendo essere assalita da due punti, cioè da Bellona e da Venafro. Quando si trattava di retrocedere verso il non plus ultra, cioè verso Gaeta, si trovavano subito le ragioni, e la maggior parte de' duci erano di accordo nel dare ragione all'inazione di Ritucci. Il Re approvò la decisione de' Generali di abbandonare Teano.
Cialdini avea delle pratiche con alcuni duci napolitani, ed aveali tentati a capitolare; però avendo inteso che al Ritucci fu surrogato Salzano nel comando in capo, il 24 scrisse a costui e l'invitò ad un abboccamento. Salzano mandò al Re quella lettera, e domandò se avesse potuto conferire col nemico; la risposta fu affermativa.
I due duci si riunirono il 25 tra la congiunzione delle strade di S. Germano e Venafro. Salzano era accompagnato dal tenentecolonnello delli Franci dello Stato Maggiore, dal suo Aiutante di Campo, e da un plotone di cacciatori a cavallo, quali cacciatori li lasciò addietro appena incontrò la cavalleria garibaldina, avvertendo il comandante di questa che que' cacciatori erano la sua scorta.
I due Generali si riunirono verso il tramontar del Sole al luogo designato; e dopo le cortesie d'uso, Cialdini con un preambolo magnificò a Salzano il coraggio e il valore delle sue truppe, gli parlò dell'Italia una e del Plebiscito; gli disse il gran benessere, le ricchezze e la potenza a cui erano chiamati gl'Italiani col nuovo ordine di cose. Gli parlò dell'inutilità di fargli la guerra; Francesco II, essere a mal partito, ed in forza del Plebiscito non essere più Re. (Ancora non si conosceano i risultati del Plebiscito, ma esso sapea....) Conchiuse che i Napoletani deponessero le armi, che il Re V. Emmanuele assicurerebbe soldi e gradi a tutti gli uffiziali. Salzano rispose essere maravigliato di vedere il Reame invaso senza intimazione di guerra, senza plausibili ragioni, anzi violando il diritto delle genti, e tutto ciò venire da una potenza amica. Maravigliarsi poi che un soldato di re a soldato d'altro re consigliasse diserzioni e tradimenti; egli ed i suoi dipendenti, fidi al giuramento e al diritto, farebbero il debito loro, ancora che dovessero soccombere, essendo all'infamia preferibile sempre la virtù sventurata. Cialdini, cui forse tali sensi di onesto condottiero erano ignoti, si mostrò corrucciato, e i due Generali si divisero da nemici.
Intanto, Salzano nel ritorno, non trovò la sua scorta. I garibaldini aveano invitato a bere del vino a' cacciatori a cavallo, e in quella gli rubarono gli animali; e perché i cacciatori se ne dolsero, li menarono prigionieri alle Fratte! Salzano altamente si lamentò con i Piemontesi, e scrisse a Cialdini di rendergli quel plotone di cacciatori, dappoichè l'essersi impossessato fraudolentemente de' cavalli e l'aver menati in prigione i cavalieri, era un mancare bassamente alla fede fra parlamentarii: sprecò il fiato!
Quel furto di cavalli fu ritenuto come un fatto compiuto, faciente parte della grande annessione....! Si restituirono poi i soli cacciatori e disarmati. Sembrano fatti incredibili, ma son veri. Intanto i Piemontesi erano i civilizzatori, i Napoletani i retrogradi!

(Estratto dal libro di Giuseppe Buttà, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta).