domenica 9 agosto 2015

IL POSTO DEI POVERI NELLA CHIESA DI GESÙ CRISTO (Estratto dall'opera di mons. Delassus "Il Problema dell'ora presente" Tomo II°)


Jacques Bénigne Bossuet
Riassumendo tutto lo spirito, tutto l'insegnamento, e le pratiche dei secoli cristiani, Bossuet, nel suo sermone sull'eminente dignità dei poveri, stabilisce l'esistenza reale nella Chiesa di queste tre cose agli occhi della ragione l'una più stupenda dell'altra:
1° In questo mondo, i ricchi hanno tutto il vantaggio e tengono il primo posto. Nostro Signor Gesù Cristo ha rovesciato nella sua Chiesa quest'ordine, egli ha voluto che la preminenza appartenesse ai poveri.
2° Nel mondo, i poveri sono soggetti ai ricchi e non sembrano nati che per servire ad essi. Anche qui nostro Signore ha stabilito un ordine contrario: i ricchi devono servire i poveri, e sono ammessi nella Chiesa soltanto a questa condizione.
3° Nel mondo, tutti i privilegi sono per i ricchi ed i poveri non vi hanno alcuna parte se non per mezzo loro. All'opposto, nostro Signore riserva le sue grazie e le sue benedizioni per i poveri, ed i ricchi non le ricevono se non dalle loro mani e per loro mezzo.
Con ciò si è compiuto questo doppio prodigio: rendere i poveri contenti della loro sorte, e creare nel cuore dei ricchi una nuova virtù, la carità. Ciò non vuol dire che tutti i ricchi sieno divenuti caritatevoli, né che tutti i poveri sieno soddisfatti. Ma in tutte le epoche del cristianesimo, moltitudini di ricchi e di poveri abbracciarono queste idee, si sono sforzati di far regnare in sé ed intorno a sé questo ordine di cose. Mercé la grazia, vi sono riusciti a misura che il loro cuore riempivasi dello spirito di Dio, e che lo spirito del mondo vi opponeva minore resistenza, o che essi vi si mostravano meno compiacenti.
Certamente, le proposizioni sopra enunciate sono fatte pur troppo per turbare la ragione umana. Ma esse non sono che lo sviluppo di questa sentenza del divin Maestro: "Gli ultimi saranno i primi, ed i primi saranno gli ultimi". Questa è la sua volontà. Essa non si adempierà pienamente che dopo la generale risurrezione; ma fin di quaggiù volle stabilire e vedere un abbozzo di questo ammirabile rovesciamento di condizioni umane, e l'ottenne.
Oggi che lo spirito del mondo, portato alla sua più alta potenza dallo spirito della Rivoluzione, ha fatto rinascere la questione sociale, e rese sì acuta e formidabile la questione della coesistenza dei ricchi e dei poveri, non havvi altro mezzo per risolverla che riprendere la massima del divin Maestro, e rimettere in onore ed in pratica le tre cose che la realizzano: 1° la maggiore stima della
povertà che delle ricchezze; 2° il servizio dei poveri per mezzo dei ricchi; 3° la convinzione che i ricchi ricevono per mezzo dei poveri le divine benedizioni; e persuadere che unicamente a questa triplice condizione gli uni e gli altri possono vivere in pace in questo mondo, e gli uni e gli altri procurarsi la felicità eterna. Tutto ciò che la democrazia, chiamisi cristiana o no, potrà tentare all'infuori di questo, non servirà che a fomentare l’odio di classe, non riuscirà che ad aggravare la condizione presente fino al punto di suscitare una guerra civile generale che finirebbe colla più spaventosa miseria e renderebbe necessario il ristabilimento della schiavitù.
Importa dunque di ben intendere la verità che enunciano le tre sopradette proposizioni. Per esporle, per isvilupparle, non possiamo prender miglior guida del grande oratore che le ha così chiaramente formulate.
Ed innanzi tutto, è egli vero che nostro Signor Gesù Cristo abbia dato nella sua Chiesa la preminenza ai poveri sopra i ricchi?
"Questo Dio umiliato - dice Bossuet - volendo "riempire la sua casa" ordinò a' suoi servi di andare a cercare tutti i miserabili. Osservate come egli stesso ne fa la enumerazione: "Andate, dice loro, nei crocicchi delle strade, e conducetemi prontamente", chi mai? "i poveri e gli infermi": chi ancora ? "i ciechi e gl'impotenti". Ecco di qual gente egli pretende riempire la sua casa: egli non vuol veder niente che non sia debole, perché non vede niente che non porti il suo carattere distintivo, cioè la croce.
"Dunque, la Chiesa di Gesù Cristo è veramente la città dei poveri. I ricchi, non temo di dirlo, in qualità di ricchi - poiché bisogna parlare correttamente - essendo seguaci del mondo, e per così dire, segnati col suo conio, non vi sono ammessi che per tolleranza; epperciò sono i poveri e gl'indigenti, i quali portano l'imagine del Figlio di Dio, che hanno propriamente i titoli per esservi ricevuti".
A conferma di quanto aveva esposto, Bossuet osserva che nostro Signore disse di essere stato mandato per annunziare il Vangelo "ai poveri", che sul monte delle beatitudini egli proclamava: "O poveri, quanto siete felici, perché di voi è il regno di Dio", il cielo, che è il regno di Dio nell'eternità, la Chiesa che è il regno di Dio nel tempo. Ed invero, per testimonianza dell'Apostolo, sono i poveri che vi sono entrati pei primi; e se i ricchi vi erano ricevuti nella prima fondazione, fin dal primo ingresso si spogliarono dei loro beni allo scopo di entrare nella Chiesa, che era la città dei poveri col carattere della povertà.
Noi vedemmo le conclusioni che Bossuet deduce da questo primo fatto, che i poveri sono i primogeniti della Chiesa ed i suoi veri cittadini. Passiamo ora al secondo: I ricchi non sono ammessi nella Chiesa che a condizione di servire ai poveri.
Gesù non vorrebbe vedere nella sua Chiesa se non quelli che portano le sue insegne, cioè i poveri, gl'indigenti, gli afflitti, i miserabili, non avendo il fasto dei ricchi niente di comune colla profonda umiliazione di questo Dio annichilito fino alla croce.
Vi sono però ammessi, ed ecco in che modo:
"Quella stessa misericordia che ha indotto Gesù innocente a caricarsi di tutte le nostre colpe, induce ancora Gesù, sebbene egli sia beato, a caricarsi di tutte le miserie. Qui egli ha fame, e là ha sete; là geme sotto le catene, qua è travagliato dalle malattie; egli soffre nello stesso tempo il freddo ed il caldo, e gli estremi opposti. Veramente povero, egli è il più povero di tutti i poveri; perché tutti gli
altri poveri non patiscono che per se medesimi, mentre Gesù Cristo patisce per tutta la universalità dei miseri.
"Sono dunque gli urgenti bisogni delle sue povere membra che l'obbligano a piegarsi a favore dei ricchi. Se nella Chiesa non vi fossero che miserabili, chi li soccorrerebbe? Che diverrebbero i poveri nella persona dei quali egli patisce, e dei quali prova tutti i bisogni? Egli potrebbe inviar loro i suoi santi angeli, ma è più giusto che essi sieno assistiti dagli uomini, simili a loro. Venite dunque o ricchi, nella sua Chiesa, finalmente vi è aperta la porta; ma essa vi è aperta in favore dei poveri e con patto di servirli".
Un terzo fatto tanto meraviglioso quanto i precedenti è questo: al contrario di quanto avviene nel mondo, ove le grazie ed i privilegi sono per i potenti e per i ricchi, non partecipandovi i poveri se non mercé il loro appoggio; nella Chiesa, le grazie e le benedizioni appartengono per diritto ai poveri, ed i ricchi non le ricevono che dalle loro mani; in guisa che senza questa partecipazione ai privilegi dei poveri, non vi sarebbe salvezza per i ricchi.
Ecco come Bossuet espone questo terzo fatto:
"In tutti i regni, in tutti gl'imperi vi sono alcune persone privilegiate, cioè persone eminenti, che godono straordinari diritti: l'origine poi di questi privilegi consiste in ciò che essi, o per la loro nascita, o pel loro impiego, sono più vicini alla persona del Re. Conviene alla maestà, alla condizione e alla grandezza del Sovrano che lo splendore il quale irradia dalla sua corona, si rifletta in qualche modo sopra quelli che a lui l'avvicinano. La Chiesa ha pure i suoi privilegiati. E da qual parte si prenderanno questi privilegiati, se non dalla società che hanno col loro principe, cioè con Gesù Cristo? Che se fa mestieri d'essere vicini al Salvatore, non cerchiamo, o cristiani, non cerchiamo nei ricchi i privilegiati di santa Chiesa. La corona del nostro Monarca è una corona di spine: lo splendore che emana da essa, sono le afflizioni e i patimenti. La maestà di questo regno spirituale risiede nei poveri, risiede in quelli che patiscono. Ben era conveniente che Gesù Cristo, essendo egli stesso povero e bisognoso, facesse alleanza co' suoi simili, e che spargesse i suoi favori sopra i compagni della sua fortuna.
"È vero, la povertà, era ignobile, ma il Re della gloria avendola sposata, con tale alleanza egli la nobilita, e di poi accorda ai poveri tutti i privilegi del suo impero. Egli promette il regno ai poveri, la consolazione a quelli che piangono, il nutrimento a quelli che han fame, il gaudio eterno a quelli che soffrono.
"Se tutti i diritti, se tutte le grazie, se tutti i privilegi del Vangelo sono accordati ai poveri di Gesù Cristo, o ricchi, a voi che rimane, e qual parte avrete voi nel suo regno? Egli di voi non parla nel suo Vangelo che per fulminare il vostro orgoglio: Vae vobis divitibus! Chi non tremerà a questa sentenza? chi non sarà sopraffatto dal timore? Contro una sì terribile maledizione, ecco la vostra unica speranza. È vero, questi privilegi son concessi ai poveri; ma voi potete ottenerli da essi e riceverli dalle loro mani: ad essi lo Spirito Santo vi manda per ottenere le grazie del cielo. Desiderate voi che siano rimesse le vostre iniquità? Redimetele, dice egli, colle elemosine. Domandate voi a Dio la sua misericordia? Cercatela nelle mani dei poveri, esercitandola con loro. Infine, volete voi entrare nel suo regno? Le porte vi saranno aperte, dice Gesù Cristo, purché vi introducano i poveri. Fatevi degli amici che vi ricevano nei tabernacoli eterni
Nel suo discorso sul ricco malvagio, pronunciato alla presenza di Luigi XIV e della sua corte, Bossuet ritorna su questa sentenza del divin Salvatore, e dal cuore gli sfugge questo grido: "Ah! Dio è giusto ed equo". Poi, rivolgendosi al ricco malvagio che non vuol conformarsi all'ordine stabilito
dal divin Salvatore e che, malgrado le sue promesse e le sue minaccie, non vive che per se medesimo, gli dice:
"Giungerà anche per te, ricco spietato, il giorno del bisogno e dell'angoscia. Verrà nel giorno stabilito la tua ultima malattia in cui, fra uno stuolo numeroso di amici, di medici, di servitori resterai privo di soccorso, più desolato, più abbandonato del poveretto che se ne muore sulla paglia, e che non ha un lenzuolo per la sua sepoltura. Poiché, in questa fatale malattia, a che ti serviranno questi amici, se non ad affliggerti colla loro presenza; questi medici, se non a tormentarti; questi servitori se non a correr di qua e di là nella tua casa con inutile sollecitudine? Tu hai mestieri di ben altri amici, di altri servitori; quei poveri che tu hai disprezzato, essi soli sono capaci di venire in tuo soccorso. Perché non hai pensato di buon'ora a formarti degli amici, i quali adesso ti stenderebbero le braccia per riceverti nei tabernacoli eterni? Ah! se tu avessi lenito i loro affanni, se avessi solo porto orecchio ai loro lamenti, le tue elemosine pregherebbero Iddio per te; essi ti avrebbero dato delle benedizioni quando li avessi consolati nelle loro strettezze, essi farebbero ora discendere sopra di te una rugiada di rifrigerio: i loro corpi rivestiti, dice il santo profeta, le loro viscere refrigerate, la loro fame satollata, ti avrebbero benedetto; i loro santi angeli veglierebbero ora sopra di te come amici affezionati.
"Oh! meravigliosa dignità dei poveri! La grazia, la misericordia, il perdono sono nelle loro mani, e vi sono persone tanto insensate che osano disprezzarli!".
Ma, dirà qualcuno, per me che non sono ricco, quest'obbligo verso i poveri non esiste e non è punto da loro ch'io devo aspettare la mia salvezza. Innanzi tutto, voi avete il dovere di rispettarli e di non disprezzarli; poi, qualunque sia la vostra ricchezza o la vostra povertà, potrete sempre trovar l'occasione e il mezzo di far del bene ai vostri simili.
"Non iscusatevi - dice lo stesso Bossuet nella perorazione del panegirico di san Francesco d'Assisi - non iscusatevi colla scarsezza delle vostre sostanze; Gesù metterà a vostro conto anche il più piccolo regalo che loro farete con un cuore pieno di carità; un bicchier d'acqua, offerto con questo spirito può meritarvi la vita eterna".
Poi, rivolgendosi di nuovo a tutti i cristiani indistintamente, fa rilevare ancora il vantaggio che possono trovare per se stessi nell'elemosina:
"Per tal modo i beni, che ordinariamente sono un veleno, per voi si convertono in rimedio salutare. Lungi dal perdere le vostre ricchezze distribuendole, le possederete più sicuramente quanto più le avrete santamente prodigate. I poveri ve le restituiranno d'una qualità ben più eccellente, poiché fra le loro mani esse cambiano di natura. Nelle vostre mani sono caduche; ma appena son passate nelle loro, divengono incorruttibili. Essi sono più potenti dei re. I re, coi loro editti, dànno qualche prezzo alle monete: i poveri le innalzano di prezzo fino ad un valore infinito, appena vi applicano il loro sigillo".
Infine, egli termina con questa esortazione:
""Fatevi dunque dei tesori che non periscono mai"; tesoreggiate pel secolo futuro un tesoro imperituro. Mettete in sicuro le vostre ricchezze nel cielo contro le guerre, contro le rapine, contro ogni specie di avvenimenti; depositatele nelle mani di Dio. Fatevi, colle vostre elemosine, dei buoni amici sulla terra, i quali dopo la vostra morte, vi riceveranno nei tabernacoli ove il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, Dio unico, vivo ed immortale, è glorificato nei secoli dei secoli".
Ecco dunque tre fatti che esistono, e che noi non possiamo impedire che esistano, perché sono l'opera di Dio Redentore. Ai poveri spetta la preminenza nella Chiesa di Dio, come nel mondo s'appartiene ai ricchi. I ricchi non sono ammessi nella Chiesa e non saranno ammessi nel cielo che alla condizione di servire i poveri. Le grazie e le benedizioni divine sono primieramente pei poveri ed i ricchi non le ricevono che per loro mezzo.
Ecco tre volontà del divin Salvatore, tre pietre ch'Egli ha posto a fondamento della sua Chiesa; tre fatti contro i quali il mondo non ha mai cessato di ricalcitrare, ma che noi dobbiamo guardar in faccia; tre insegnamenti che noi dobbiamo far penetrare nella nostra mente e nel nostro cuore, a fine di non metterci in contraddizione con ciò ch'essi insegnano; che anzi, noi dobbiamo contribuire per parte nostra ad attuare, affinché dopo di aver fatto la volontà di Dio sulla terra, si faccia in noi nel cielo per nostra eterna felicità.